Giovedì, 18 Giugno 2015 20:21

Partire dalla fine

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Il libro La morte di Gesù. Indagine su un mistero, chiude così “ si comincia dalla fine per andare avanti”. Lo ricorda  in chiusura la stessa recensione di Enzo Bianchi (LA STAMPA, 14 giugno 2014) che ringrazio vivamente della generosa lettura.

Per andare avanti, in tempo di profonda inquietudine religiosa o di irrequieta incredulità, occorre vedere bene la portata dei problemi che fronteggiano la storia e noi tutti.

La morte di Gesù è un punto ineludibile che va, fin dove è possibile, chiarito. Occorre riconoscere la necessità di far luce su un evento che ha avuto grandissime conseguenze storiche culturali, umane. Spesso purtroppo la fine tragica di Gesù è ritenuta solo un passaggio, un  fatto transitorio o accessorio che quasi si spiega da sé. Talora è negata. Altre volte la si dilata in modi sofisticati o entro quadri ideologici che lasciano da parte il dato di fatto: un uomo religioso ebreo, radicale e seguito da molti, è perito sotto attacchi infamanti e violenti. Cosa è successo per giungere a quella morte?

Seguendo qualche traccia antropologica possiamo aprire un pò di spazio o un varco alla comprensione. L’antropologia conosce bene la morte, i suoi imprevisti, i suoi riti e obblighi. Sa osservare il vuoto che essa provoca, la rabbia che scatena, la delusione che inietta fra i sopravissuti. Conosce le paure e le scosse emotive, i desideri di recupero o di riscatto che la accompagnano.

L’esperienza della gente è il terreno di cultura dell’antropologia. E’ su questo terreno che essa prova i propri metodi e mostra i propri risultati. Ai seguaci di Gesù è capitata l’esperienza amara e traumatica – chiara come un libro aperto per chi fa antropologia - di vedere annientare il proprio maestro e guida, dal quale traevano sicurezza e speranza. Dati i fatti, non è sorprendente che la loro ‘grande speranza’ di giustizia e equità sociale, divulgata da Gesù, si sia spezzata. Non c’è da dubitare che molti si siano impauriti e altri siano fuggiti. Si erano forse visti decisamente sconfitti. Non potevano non subire un duro contraccolpo da una tragedia di quella portata.

I testi lasciano intendere che i seguaci non si aspettavano un dramma repentino, violento e irreversibile. Il loro disorientamento al momento della ‘fine’ pone un problema. Sapevano come sarebbero andate le cose? Non  era stato raccontato loro che la morte stava arrivando? Che il leader sarebbe stato uccio? Se erano stati istruiti perché molti si dispersero, si nascosero o rinunciarono?  Queste reazioni svelano qualcosa? Nell’intreccio tra non sapere, dubitare, rinunciare, ritrarsi o negare si gioca tutta la condizione oscura e umiliante del seguito di Gesù. E’ un fatto che la presenza dei seguaci, nella vicenda della morte, è poco significativa. Anzi parrebbe irrilevante. Il peso di queste circostanze e di poco chiare assenze dei seguaci durò a lungo.

Non pochi, fra chi si è trovato solo o ha pensato di essere sconfitto, hanno cominciato però a riflettere, a riformulare le cose che conoscevano, a farsi domande, a cercar ragioni.  Si diedero risposte, che vanno profondamente analizzate.  Vollero continuare l’azione di Gesù ma cercarono vie d’uscita e proposero percorsi per la loro situazione concreta, inaugurando  una serie di interpretazioni differenziate (in tanti luoghi e in tanti ambienti) di ciò che era accaduto a Gesù.

            Nel libro si parla, dunque, soprattutto dei seguaci, dei primissimi e dei successivi, di gente di cui si può capire l’entusiasmo, il timore, la scontentezza e le necessità del momento. Le narrazioni di queste persone proliferarono subito, ma ci sono pervenute solo in parte.  Produssero orientamenti, legami, e molti sconvolgimenti, ma sono penetrati in situazioni molto differenti.

Quali sono gli effetti della prova cui furono sottoposti i seguaci? Quali gli esiti della loro lettura della morte inaccettabile del loro leader,  o l’impatto delle loro nuove prospettive? Cosa ignorarono, rimossero o rielaborarono del messaggio di Gesù? Essi  hanno creato un universo o sistema religioso ben preciso che va innanzitutto conosciuto, a partire da loro condizioni innegabili e condizionanti. Tutto questo ci riguarda da vicino e ci interessa (e non da pochi secoli).

Letto 1374 volte Ultima modifica il Venerdì, 19 Giugno 2015 17:55

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Adriana Destro

Ordinaria di Antropologia culturale Università di Bologna, Facoltà di Lettere, Dipartimento di Discipline storiche. Dal 1994. Fondatrice del LEA - Laboratorio Etno-Antropologico dell'Ateneo di Bologna.. (continua)