Adriana Destro

Adriana Destro

Ordinaria di Antropologia culturale Università di Bologna, Facoltà di Lettere, Dipartimento di Discipline storiche. Dal 1994. Fondatrice del LEA - Laboratorio Etno-Antropologico dell'Ateneo di Bologna.. (continua)

Giovedì, 18 Giugno 2015 20:21

Partire dalla fine

Il libro La morte di Gesù. Indagine su un mistero, chiude così “ si comincia dalla fine per andare avanti”. Lo ricorda  in chiusura la stessa recensione di Enzo Bianchi (LA STAMPA, 14 giugno 2014) che ringrazio vivamente della generosa lettura.

Per andare avanti, in tempo di profonda inquietudine religiosa o di irrequieta incredulità, occorre vedere bene la portata dei problemi che fronteggiano la storia e noi tutti.

La morte di Gesù è un punto ineludibile che va, fin dove è possibile, chiarito. Occorre riconoscere la necessità di far luce su un evento che ha avuto grandissime conseguenze storiche culturali, umane. Spesso purtroppo la fine tragica di Gesù è ritenuta solo un passaggio, un  fatto transitorio o accessorio che quasi si spiega da sé. Talora è negata. Altre volte la si dilata in modi sofisticati o entro quadri ideologici che lasciano da parte il dato di fatto: un uomo religioso ebreo, radicale e seguito da molti, è perito sotto attacchi infamanti e violenti. Cosa è successo per giungere a quella morte?

Seguendo qualche traccia antropologica possiamo aprire un pò di spazio o un varco alla comprensione. L’antropologia conosce bene la morte, i suoi imprevisti, i suoi riti e obblighi. Sa osservare il vuoto che essa provoca, la rabbia che scatena, la delusione che inietta fra i sopravissuti. Conosce le paure e le scosse emotive, i desideri di recupero o di riscatto che la accompagnano.

L’esperienza della gente è il terreno di cultura dell’antropologia. E’ su questo terreno che essa prova i propri metodi e mostra i propri risultati. Ai seguaci di Gesù è capitata l’esperienza amara e traumatica – chiara come un libro aperto per chi fa antropologia - di vedere annientare il proprio maestro e guida, dal quale traevano sicurezza e speranza. Dati i fatti, non è sorprendente che la loro ‘grande speranza’ di giustizia e equità sociale, divulgata da Gesù, si sia spezzata. Non c’è da dubitare che molti si siano impauriti e altri siano fuggiti. Si erano forse visti decisamente sconfitti. Non potevano non subire un duro contraccolpo da una tragedia di quella portata.

I testi lasciano intendere che i seguaci non si aspettavano un dramma repentino, violento e irreversibile. Il loro disorientamento al momento della ‘fine’ pone un problema. Sapevano come sarebbero andate le cose? Non  era stato raccontato loro che la morte stava arrivando? Che il leader sarebbe stato uccio? Se erano stati istruiti perché molti si dispersero, si nascosero o rinunciarono?  Queste reazioni svelano qualcosa? Nell’intreccio tra non sapere, dubitare, rinunciare, ritrarsi o negare si gioca tutta la condizione oscura e umiliante del seguito di Gesù. E’ un fatto che la presenza dei seguaci, nella vicenda della morte, è poco significativa. Anzi parrebbe irrilevante. Il peso di queste circostanze e di poco chiare assenze dei seguaci durò a lungo.

Non pochi, fra chi si è trovato solo o ha pensato di essere sconfitto, hanno cominciato però a riflettere, a riformulare le cose che conoscevano, a farsi domande, a cercar ragioni.  Si diedero risposte, che vanno profondamente analizzate.  Vollero continuare l’azione di Gesù ma cercarono vie d’uscita e proposero percorsi per la loro situazione concreta, inaugurando  una serie di interpretazioni differenziate (in tanti luoghi e in tanti ambienti) di ciò che era accaduto a Gesù.

            Nel libro si parla, dunque, soprattutto dei seguaci, dei primissimi e dei successivi, di gente di cui si può capire l’entusiasmo, il timore, la scontentezza e le necessità del momento. Le narrazioni di queste persone proliferarono subito, ma ci sono pervenute solo in parte.  Produssero orientamenti, legami, e molti sconvolgimenti, ma sono penetrati in situazioni molto differenti.

Quali sono gli effetti della prova cui furono sottoposti i seguaci? Quali gli esiti della loro lettura della morte inaccettabile del loro leader,  o l’impatto delle loro nuove prospettive? Cosa ignorarono, rimossero o rielaborarono del messaggio di Gesù? Essi  hanno creato un universo o sistema religioso ben preciso che va innanzitutto conosciuto, a partire da loro condizioni innegabili e condizionanti. Tutto questo ci riguarda da vicino e ci interessa (e non da pochi secoli).

Capita che a "La morte di Gesù. Indagine su un mistero" siano state attribuite idee e temi che non appartengono al libro.Vogliamo spiegare il nostro punto di vista.

Noi parliamo della morte di Gesù, delle circostanze che la determinarono, degli ambienti che osteggiarono Gesù fino a condurlo alla croce. La sua uccisione è fatto inequivocabile e drammatico. E' una fine ignominosa, insopportabilmente pesante per i suoi seguaci. Rimasero soli,  furono costretti a rivedere tutta la propria storia con Gesù e il proprio futuro. Nacquero tante interpretazioni, gli eventi vennero visti in modo differente da singoli e da gruppi. Alcune cose rimasero però misteriose, altre caddero nell'oblio.

La morte di Gesù è centralissima perchè traumatica. Pensiamo che se Gesù non fosse morto di morte violenta e infamante, tutta la storia dei seguaci - e la nostra storia naturalmente -  sarebbe stata ben diversa. Ma cosa sappiamo esattamente della morte di Gesù? Ne dovremmo sapere di più o osservarla meglio?

 

Cosa Gesù ha percepito di quello che stava accadendo? Quale era la sua visione delle ostilità che crescevano attorno a lui? Temeva di morire? Voleva realmente morire? E cosa è stato raccontato della morte infamante, troppo frettolosa e troppo carica di significati difficili e oscuri?

Su questi problemi ci siamo obbligati a ragionare. Abbiamo interesse che siano conosciuti e discussi i testi protocristiani (di ogni ordine) che ci sono pervenuti e che sono alla base della nostra cultura. L'uccisione di Gesù è un argomento di grande richiamo per molti lettori. E a questo bisogno di sapere vogliamo rispondere. Non desideriamo però spostare - ne lasciar spostare - l'attenzione del lettore dalla morte alla resurrezione, che non è il nostro tema. La morte e la resurrezione non sono eventi dello stesso ordine. Occorre distingere e sapere pazientemente indagare, a tutto tondo, su un dramma che non si è mai totalmente spiegato.

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RISPOSTA all'articolo di M. Iannaccone. 

Ringraziamo anzitutto Avvenire e Mario Iannaccone per la recensione del nostro libro La Morte di Gesù. Indagine su un mistero. Ringraziamo anche per il riconoscimento della serietà della nostra indagine e il tono gentile in cui si manifesta  il dissenso. Normalmente non è bene replicare a una recensione. In questo caso ci permettiamo di farlo perché Iannaccone dedica quasi metà del suo intervento alla Risurrezione quasi che fosse questo il tema del nostro libro. La risurrezione è di estrema rilevanza per la fede dei primi seguaci di Gesù e per quella di milioni di cristiani oggi. Iannaccone dice che “stando agli autori che lo fanno capire implicitamente” le visioni del risorto “sono illusioni”, “non viene dato loro credito se non in quanto invenzioni”. Noi però questo non lo abbiamo scritto.

            Quello che noi diciamo è un’altra cosa. Noi proponiamo una serie di dati precisi ai lettori per domandare se sia stata la morte a costringere i seguaci di Gesù a ripensare radicalmente tutta la sua vicenda e intenderla in modo differente da come la avevano intesa prima della crocifissione. Abbiamo intenzionalmente spostato tutta la riflessione sulla morte. La nostra è una tesi importante. Ne va di una questione esegetica fondamentale allora come oggi: Gesù aspettava il regno di Dio oppure la propria morte? Dobbiamo opporre il regno alla morte o conciliare i due aspetti e privililegiarne uno a scapito dell’altro? Questione di estrema rilevanza, e per questo nel nostro libro sono molte di più le ipotesi che  le certezze.            Iannaccone ha ragione a dire che i titoli sono spesso scelti degli editor delle case editrici più che dagli autori, come avviene del resto anche per gli articoli dei giornali. Proprio per questo, “Indagine su un mistero” è un titolo pertinente perché molti sono i fatti che si narrano sulla fine di Gesù su cui si ha poca certezza. La parola “mistero” non riguarda “l’inspiegabile evento della risurrezione”. Vuole avvertire il lettore che in genere si conosce poco e male il dramma di Gesù e le circostanze che l’hanno determinato. Come quando ad esempio diciamo: “ Come siano andate le cose rimane un mistero”. È questo forse il contributo più importante del libro: mettere in  luce le cose che rimagono misteriose nella morte di Gesù. Gesù voleva veramente morire o cercò di sfuggire a questo destino? Quale fu il motivo per cui Gesù fu catturato? Gesù fu sepolto da Giuseppe di Arimatea o non piuttosto dalle autorità gudaiche? Gesù fu sottoposto ad un processo del Sinedrio? Realmente le donne non raccontarono a nessuno di aver trovato la tomba vuota? E molti altri interrogativi.

È di questi “misteri” o meglio eventi difficili da appurare storicamente che noi parliamo. Ai lettori proponiamo spesso domande più che soluzioni e anche un  metodo di lettura dei testi che ci pare francamente abbastanza nuovo.

Adriana Destro e Mauro Pesce

 

Il Libro La morte di Gesù. Indagine su un mistero di Adriana Destro e Mauro Pesce (Saggi Rizzoli, aprile 2014) è nato da un grande interrogativo a cui sono seguite molte altre domande.

 

1.Cosa succede nei seguaci di un grande leader quando egli viene ucciso all’improvviso?

Per rispondere a questa domanda abbiano indagato sul quello che successe immediatamente dopo la morte di grande personalità del mondo antico, come Socrate, Giulio Cesare, e molti altri e anche su alcune personalità recenti come Gandhi.

Abbiamo visto che anche nel caso di una morte naturale i seguaci di un leader sono obbligati a ripensare tutta l’attività e il messaggio del leader morto, a riassumerli per riproporli e continuare ad esistere come gruppo che si rivolge alla società.

Abbiamo perciò cominciato a studiare i vangeli e tutti gli altri documenti lasciati dai seguaci di Gesù dei primi due secoli per vedere come il messaggio e la vicenda di Gesù erano stati riletti e riformulati alla luce della morte violenta da lui subita. Ad esempio nel capitolo finale rintracciamo quattro risposte diverse e altrettante riformulazioni del messaggio di Gesù nei vangeli, nelle lettere di Paolo e negli Atti degli Apostoli.

2. La domanda successiva è stata: I vangeli ci dicono che Gesù aveva preannunciato più volte la propria morte. Come mai allora i discepoli furono così sbalorditi quando essa avvenne? Come mai il Vangelo di Luca insiste molto per dire che i discepoli aspettavano l’arrivo subito del regno di Dio (o di Israele)? Non bisogna forse domandarsi se i vangeli abbiano messo in bocca Gesù delle previsioni che non aveva mai fatto? 

Queste domande ci hanno obbligato ad una lunga lettura dei vangeli parola per parola, una ricerca di diversi anni, che ha cercato di rendere conto di tutti i punti di divergenza e di anche di contraddizione tra i racconti evangelici. Il Capitolo 4: “Le previsioni della morte” cerca di presentare i risultati di questa ricerca.

 

3. Terza domanda:Dovevamo per forza domandarci : Perché esistono divergenze e a volte anche contraddizioni tra i vangeli? (e anche negli altri scritti dei seguaci di Gesù dei primi due secoli) Da dove provengono queste divergenze? Sono veramente affidabili le informazioni su cui gli autori dei vangeli si basavano?

Per rispondere a queste domande è stata necessaria una ricerca prolungata sui modi di trasmissione dei materiali relativi a Gesù dalla sua morte fino alla redazione scritta dei vangeli. Ci siamo basati su una massa enorme di indagine esegetica accumulata nel Novecento e nei primi 10 anni di questo secolo (la bibliografia alla fine del libro costituisce, per ragioni editoriali, solo una parte abbastanza limitata della letteratura usata). Ma siamo pervenuti anche a risultati in qualche modo nuovi. Anzitutto, abbiamo formulato un metodo di analisi che abbiamo definito “ricerca delle tracce implicite”. In secondo luogo abbiamo elaborato un’ipotesi sulla provenienza delle informazioni di ciascun vangelo da zone diverse e da gruppi diversi di seguaci di Gesù che avevano fra loro informazioni parziali e spesso divergenti su Gesù.

 

4. Gesù fu ucciso perché Dio voleva che morisse? Oppure perché la sua azione suscitò una reazione in coloro che temevano lo sconvogimento complessivo della società che Gesù annunciava, praticava e provocava?

Ma se Gesù non voleva morire non sarà allora che il modello religioso che egli proponeva non era il morire per gli altri, ma il lottare per la trasformazione del mondo alla luce della volontà di Dio?

Noi abbiamo cercato un risposta nei testi, e l’abbiamo esposta abbastanza chiaramente nel capitolo 4 e nella conclusione. La nostra risposta arte dal fatto per noi assodato che Gesù non voleva morire. Ma più che le nostre conclusioni sono importanti le domande. Domande a cui non si deve sfuggire qualunque siano le conclusioni. Non solo gli studiosi, ma la gente in generale si interroga e bisogna affrontare le questioni e una lettura critica dei vangeli. La politica dello struzzo è la peggiore delle soluzioni. Noi vogliamo non tanto proporre delle soluzioni ma aprire una ampio dibattito sulla lettura critica dei vangeli.

 

5. Gesù poteva prevedere per sé una morte violenta visto che già Giovanni il Battezzatore era stato arrestato e ucciso? C’è una differenza sostanziale tra ritenere possibile la propria morte, temerla e sottrarsi ai pericoli o accettarla?

Ci sono sintomi e testi chiari che fanno edere che Gesù si sottraeva ai pericoli e quindi non voleva morire?

           

 

6. Ci siamo domandati molte volte in questi anni, cosa poteva succedere in un villaggio quando Gesù vi entrava con le sue discepole e i suoi discepoli e cominciava a vietare agli uomini il ripudio delle donne, oppure invitava le forze più energiche dei nuclei familiari ad abbandonare l’attività lavorativa su cui la loro famiglia si reggeva per seguirlo vendendo tutti i propri beni ai poveri.

La nostra risposta è che Gesù suscitava ostilità perché voleva un grande sconvolgimento dell’intera società e non tanto per motivi teologici e religiosi.

 

7. Ci siamo domandati a lungo: perché furono scritti i racconti della morte di Gesù? (i racconti della passione); qual’era l’intento degli evangelisti che scrivevano in greco e si rivolgevano  ad un pubblico di non ebrei?

La nostra risposta è stata che i vangeli volevano riabilitare la figura di Gesù agli occhi dei lettori e mostrare che la sua morte non fu una sconfitta ma una vittoria guidata da Dio stesso, preannunciata dalle Scritture e avvenuta con grandi sconvolgimenti cosmici come volevano i racconti di ambiente ellenistico romano. Gli autori dei vangeli erano filoromani e cercarono come potevano di discolpare Pilato riversando sugli Ebrei la responsabilità della morte di Gesù.

 

8. Le contraddizioni dei vangeli sulla figura di Giuseppe di Arimatea e sul seppellimento di Gesù ci hanno obbligato a porre diverse domande: Giuseppe di Arimatea è veramente esistito o è un espediente apologetico per potere dire che qualcuno dei seguaci vide dove Gesù era stato sepolto? Solo se infatti si sapeva dov’era la tomba si poteva dire che il cadavere di Gesù non era più in essa perché era risuscitato.

            Il capitolo 6 “Il seppellimento. Chi si è occupato del corpo morto di Gesù?” risponde a queste domande. Qui i dettagli sono di estrema importanza. La nostra conclusione è che un ebreo incaricato dal Sinedrio di seppellire Gesù dovette esistere e che con una certa probabilità fu proprio il Sinedrio che  -con una squadra di uomini addetti normalmente a questo scopo - provvide a staccare Gesù dalla croce e seppellirlo.

 

9. Ci siamo domandati perché Marco insiste tanto sul fatto che le donne non dissero nulla a nessuno del fatto che il cadavere di Gesù non si trovava più nella tomba?

 

10. Ci siamo infine domandati: perché tante contraddizioni nei racconti di passione dei vangeli? La nostra risposta è stata che gli autori avevano informazioni differenti che provenivano da gruppi di seguaci situati in zone differenti e che avevano notizie parziali e a volte imprecise sui fatti.

Giovedì, 18 Giugno 2015 19:17

recenti articoli di Adriana Destro

1)     A.Destro, “Describing Early Christianity in Anthropological Terms. A Response to Redescribing Christian Origins, Annali di Storia dell’Esegesi 25/2 (2008) 15-22.

 

2)     A. Destro - M.Pesce, “The colour of words. An analysis of the Gospel of John. From ‘social death’ to freedom, in the household”, in P.Arzt-Grabner Arzt-Grabner - Christina M. Kreinecker, (eds.), Light from the East. Papyrologische Kommentare zum Neuen Testament. Akten des internationalen Symposions vom 3.-4. Dezember 2009 am Fachbereich Bibelwissenschaft und Kirchengeschichte der Universität Salzburg, Wiesbaden, Harrasowitz, 2010, 27-46.

3)     A. Destro, “Influenze della corporalità in campo religioso: la figura di Gesù”, in GUTIÉRREZ ESTÉVEZ, Manuel; Pedro PITARCH (eds.): Retóricas del cuerpo amerindio. Madrid, Iberoamericana, 333-360.

 

4)     A.Destro, “ Gesù. Un uomo, una ‘pratica di vita’ ”, Esodo 33, n 3 (luglio-settembre 2011) 36-42.

Giovedì, 18 Giugno 2015 19:15

Domande sul libro "L'uomo Gesù"

A. DESTRO - M. PESCE  “L’uomo Gesù” (Mondadori)
è apparso il 13  novembre 2008.

In questi mesi mi sono state poste dai lettori alcune domande sugli argomenti discussi nel libro. Presento, perciò, di seguito alcune considerazioni generali.


1)    Perché l’antropologia si interessa all’uomo Gesù?

    L’antropologia parte dal presupposto che lo studio dell’uomo debba tenere conto della molteplicità e della specificità culturale. E’ fatto riconosciuto che l’analisi antropologica possiede gli strumenti necessari per comprendere diversi soggetti umani, gruppi, popoli nella loro specifica particolarità.
    L’indagine antropologica si approssima quanto più possibile ai propri oggetti di studio attraverso l’osservazione diretta. Entra negli aspetti distintivi e profondi della loro esistenza, proprio per illustrarne l’influenza e la ricaduta effettiva sul mondo reale. Cerca di raffigurare i drammi e le conquiste raggiunte dall’uomo entro un determinato universo di appartenenza. A partire dalle proprie concrete esperienze e scelte, in sostanza, l’antropologo/a intende esplicitare, con senso realistico, azioni e pulsioni di individui e di gruppi. Non si occupa di ciò che genericamente si chiama “vita umana” bensì delle concrete vite individuali.
    Questi criteri e questi propositi sono stati assunti nel libro “L’uomo Gesù”. Sono stati rispettati nell’analisi della vicenda di Gesù proprio perché egli è stato un uomo a contatto con altri uomini, entro un ambiente e una specifica storia. Egli ha seguito un percorso e praticato uno stile di vita radicale, di dislocazione continua. Ha scelto l’abbandono di tutte le sicurezze economiche e familiari.
     Per incontrare l’uomo Gesù l’antropologia può offrire un grande aiuto. Questo aiuto può provenire proprio dalla sua capacità di penetrare nelle situazioni concrete, usualmente ignorate perché difficilmente avvertibili o sostanzialmente poco raggiungibili. L’antropologia può essere in grado di far affiorare forza e debolezza di soggetti precisi, percepire ruoli e condizioni esistenziali e ambientali che qualificano in modo decisivo specifici individui.
    E’ dato inconfutabile che le informazioni sull’uomo Gesù, sul suo stile di vita, provengono da testi lungamente letti ed interpretati. Sono documenti spesso lacunosi e non facilmente interpretabili senza un’analisi dettagliata di contesti sommersi, sconosciuti. Questi contesti, tuttavia, possono essere indagati dagli specialisti di varie discipline. E’ altrettanto inconfutabile che, fino a tempi recenti, il versante umano di Gesù ha avuto, negli studi, meno risonanza di altri aspetti, più astratti e più esposti a forti idealizzazioni o mitizzazioni. Il versante idealizzante porta scarsa chiarezza sulla concreta “pratica di vita” che Gesù ha condotto. Oggi, l’esigenza che l’antropologia cerca di soddisfare è quella di riparare al disequilibrio esistente fra due prospettive, quella trasfigurante e quella realisticamente plausibile.

2) Dal punto di vista antropologico, Gesù è un soggetto anomalo?

    I racconti e i resoconti relativi alla vita di Gesù sono sufficienti per affermare che fu un uomo sostanzialmente coincidente con ogni figura umana. I testi mostrano i suoi bisogni e i suoi sentimenti come identici a quelli di ogni altro individuo. Gesù cerca e incontra persone, cammina, spera e teme, condivide cibo e interagisce con altri, si emoziona, si infiamma di sdegno. E’ pienamente partecipe della condizione che ogni essere umano sperimenta e comprende.
    La vita terrena di Gesù segue le regole di un ambiente, di una tradizione culturale specifica, quella giudaica. Egli è immerso in un mondo di gente simile a lui per abitudini e preferenze. Molti passaggi del libro “L’uomo Gesù” sono proprio organizzati per mostrare, il più fedelmente possibile, le condizioni storico-culturali in cui Gesù era immerso.
    Gesù, come appare nelle fonti, è inserito nella sua società ma non appiattito sulle situazioni domestiche e contadine che gli stanno intorno. Pur rimanendo fedele alle regole religiose e alle vicende socio-politiche del suo tempo, egli ribadisce proprie esigenze. Non smentisce mai la propria origine e le proprie radici, ma divulga una propria visione del destino umano. Proclama Con convinzione proclama e invita la gente ad attendere un prossimo rinnovamento e una rigenerazione del mondo (il “regno di Dio”, secondo la visione giudaica). Si adopera perchè ciò avvenga all’interno di un popolo, al quale ritiene di appartenere e che vuol riscattare.
     Da queste esigenze – si sostiene nel libro - nasce uno stile o pratica di vita personale di Gesù, in cui la relazione con la tradizione resta fondativa, anche laddove si delineano nuove aspirazioni e nuove tendenze. Questo processo non presenta anomalie: è lo sviluppo ordinario e congruo di un leader religioso, fedele al proprio Dio. E’ un percorso coerente e piuttosto ricorrente in storie cultural-religiose dirette, pur nella loro varietà, a rinnovare modelli di comportamento e di proiezione nel futuro.

3) E’ giustificato inquadrare Gesù in uno schema biografico?  E’ utile rifarsi alle sequenze o alla cronologia della sua vita? Sarebbe più opportuno parlare di un Gesù atemporale, fuori dai quadri esistenziali?

    Si è visto che l’antropologia ritiene opportuno non discostarsi mai dai comportamenti reali dei soggetti. Gli ordinari fatti biografici e le condizioni vissute danno spessore e trasparenza alla drammatica vicenda di Gesù. Sulla scorta di questa convinzione va sottolineato che occorre non trascurare la biografia di Gesù (e neppure trasfigurarla) perché si corre il rischio di non comprendere la sua realtà di uomo (che soffre, che prega, che viene tradito, che è catturato ed ucciso) e dunque di mortificare il senso dell’impatto della sua azione sulla gente.
    Pur attenendosi ai dati biografici che i testi ci offrono, il libro organizza il discorso secondo una tecnica che non riproduce sequenze o fasi della vita di Gesù. Sicuramente utilizza eventi personali a lui attribuiti. Fissa un loro ordine, ma si basa sulla ricostruzione di circostanze e fatti della vita di Gesù che non sono disposti secondo una traccia lineare, che non seguono tempi concatenati, che non partono dalla sua nascita per arrivare alla sua morte. L’analisi intende mettere insieme ed esplorare condizioni che rinviano a dati e atteggiamenti contingenti e complessi, così come i testi li riferiscono. Questo tipo di ricostruzione ci è sembrata in grado di arricchire scenari e realtà quotidiane sulle quali è proiettata l’esistenza di Gesù.
    La scelta metodologica appena indicata non nasce solo dalla necessità di gettare luce su strutture e significati impliciti degli eventi rappresentati. Serve per trasmettere l’idea di dinamicità e di densità culturale della vita reale di Gesù che non si può pienamente esprimere in un semplice susseguirsi di eventi, o in astratte atemporalità.

4) L’interpretazione antropologica può essere accusata di non pertinenza o di insufficienza?

    La rappresentazione del sacro e del profano, combinati insieme, è stata sempre fra i propositi dell’antropologia. L’antropologia dichiara di essere vincolata all’umano, al contingente e sperimentato, ma anche al mondo emotivo dell’uomo e a ciò che egli crede dell’aldilà. Non può ignorare l’extra-umano, ma lo percepisce con gli occhi degli esseri umani che studia. Lo può presupporre come parte del loro mondo di pensieri e di sentimenti. Il qui dell’umano (anche quello che si interessa del divino) domina necessariamente il suo orizzonte.
    La condizione di Gesù e il suo dramma sono fatti sociologicamente e culturalmente leggibili solo attraverso le testimonianze elaborate dai soggetti umani che le hanno raccolte e trasmesse. Sicuramente molti di questi fatti appartengono a processi storici e culturali reali, sono riflessi caratteristici del vivere quotidiano, contengono spiegazioni plausibili della vita. Chiarire il più possibile questi fatti, nel caso di Gesù, rappresenta un sano ancoraggio alle ragioni e alle speranze di individui concreti del suo tempo (quasi sempre anonimi) che hanno voluto “fare memoria” delle vicende che lo hanno caratterizzato, che hanno determinato la sua storia e che lo hanno travolto. Non significa essere carenti, attardarsi in indagini di scarso interesse o non avere prospettive all’altezza delle questioni in gioco.

5) Che cosa si perde ignorando la lettura antropologica della vicenda di Gesù?

    La lettura antropologica non è una semplice cornice per altre letture dei testi. Non è neppure un esercizio intellettuale superfluo. Senza il supporto della antropologia e naturalmente della storia si è di fronte ad una questione molto delicata: come determinare i confini leciti e le visioni rispettose della vicenda di Gesù? Ignorando gli sfondi storico-culturali si può cadere nell’errore di presentare una figura senza radici, senza background, senza autentica consistenza. Si corre il rischio di far riferimento ad un personaggio, arbitrariamente alterato e manipolato. Addirittura si può far affiorare una persona ideologicamente costruita ad arte, esaltata in enunciati non legittimati da riflessioni serie. Si può dire di tutto di chi viene incapsulato, in modo immaginifico, in interpretazioni e visioni artefatte e non verificabili. Nel caso di Gesù, questo sarebbe un modo di depotenziare o deturpare ciò che egli è stato.
    L’antropologia storica dunque rintraccia l’umanità e la storia personale di Gesù, fin dove è possibile, per sottrarlo a inopportune e esasperanti strumentazioni, di stampo mitologico (o forse fondamentalista). Cerca di evitare il rischio di creare una “persona di Gesù” in cui far convogliare di tutto. Non percepire questa possibile deriva è pericoloso. Noi siamo convinti che Gesù attrae non per una facile adattabilità a tutti gli usi, ma per il genere di messaggio che la sua radicale scelta di vita ha potuto comunicare.